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Magnetismo: fonte di energia “pulita”?

Pubblicato da il giorno 1 settembre 2011

Ti sarai chiesto almeno una volta se esiste o esisterà in futuro un metodo per poter produrre energia senza impiegarne un’altra come fonte iniziale. In questo articolo parlerò del “motore magnetico”, un prototipo in continuo sviluppo che ci auguriamo, in un futuro non troppo prossimo, ci permetterà di ridurre drasticamente l’inquinamento (in particolare l’emissioni di CO2) nel nostro pianeta.

I dubbi della scienza

Perché in un primo momento fisici e ingegneri si sono allontanati da questa possibilità? Semplice, gli studi condotti da Max Planck nel suo “trattato sulla termodinamica” (Dover, NY, 1945) affermano che:

“È impossibile ottenere il moto perpetuo per via meccanica, termica, chimica, o qualsiasi altro metodo, ossia è impossibile costruire un motore che lavori continuamente e produca dal nulla lavoro o energia cinetica”.

L’energia cinetica è l’energia dovuta al movimento di un corpo

Il lavoro è la variazione di energia cinetica

Nel corso degli anni ci sono stati molti tentativi (sperimentati persino da Leonardo da Vinci) per progettare e costruire macchine in grado di produrre il moto perpetuo; dopo un’attenta analisi, gli studiosi non hanno potuto fare a meno di osservare che anche quei prototipi che sembravano funzionare, producevano energia attraverso fenomeni naturali.

Il principio di funzionamento

Se è possibile sfruttare l’acqua, il vento o il sole, allora perché non sfruttare il magnetismo?! Infatti gli ultimi tentativi condotti da scienziati e società sono volti a sfruttare il campo magnetico per la produzione di energia elettrica! Il funzionamento, nonché l’applicazione è simile a quello di una dinamo:  il compito di questa “macchina rotante” è proprio quello di trasformare il lavoro meccanico in energia elettrica (per produrre luce). In questo caso la fonte iniziale è, appunto, il moto che viene compiuto quando pedaliamo (lavoro meccanico). Immagina di avere a disposizione un corpo in grado di generare un  moto sfruttando le sue proprietà intrinseche; per questo motivo il magnete è stato preso immediatamente come campione per condurre i primi studi, poiché è un corpo capace di generare un campo magnetico, generato a sua volta dal moto di una carica elettrica o di un campo elettrico che varia al variare del tempo. Fino a qui abbiamo parlato di teoria, ma questi studi sono poi diventati sperimentali ed un’azienda, la Perendev, ha prodotto un meccanismo brevettato, seppur con una bassa erogazione di energia elettrica. La macchina è composta da due dischi concentrici in grado di muoversi orizzontalmente, imperniati tra loro mediante un albero (un organo meccanico utilizzato per la trasmissione del moto), sui quali giacciono magneti di forma rettangolare. Attorno ai due dischi vi sono rispettivamente due corone, che a loro volta possiedono magneti fissi. Alla macchina basta una “spinta” per dar luogo ad un moto, generato da una forza magnetica mediante l’attrazione dei magneti, inclinati e distanziati in modo tale da ricevere uno dopo l’altra una “spinta magnetica”. Sul web ho notato alcune voci secondo le quali il moto è infinito; si tratta ovviamente di un’affermazione errata: come ho spiegato prima attraverso Planck non esiste un moto perpetuo e la dimostrazione sta nel fatto che dopo un certo tempo, i magneti si smagnetizzano. Una buona dimostrazione del principio di funzionamento con relativi risultati ottenuti da questa macchina, progettata da Perendev puoi trovarli in questa pagina, mentre la consultazione della domanda di brevetto puoi trovarla qui.

Aspetti giuridici

Altre voci inesatte riguardano i brevetti: sul web si dice che si possa brevettare una cosa inutile e incompleta, ma la realtà è ben diversa.  Nel campo della meccanica, l’invenzione è una soluzione nuova ed originale di un problema tecnico, atta ad essere realizzata ed applicata in campo industriale; essa può riguardare un prodotto, un processo o un impiego e deve possedere dei requisiti fondamentali affinchè possa costituire oggetto di brevetto. Analizziamo quindi quelli che sono i requisiti fondamentali per la brevettabilità. Sicuramente il primo è la “novità”: l’invenzione rivendicata non deve far parte dell’arte nota (prior art) non deve quindi essere già compreso nello stato della tecnica; per stato della tecnica si intende tutto ciò che è stato reso accessibile al pubblico, in Italia o all’estero, prima della data del deposito della domanda di brevetto mediante descrizione scritta od orale. Pertanto la novità dell’invenzione è inficiata se per esempio, è già stata brevettata in qualche parte del mondo, è già stata descritta in pubblicazioni in qualche parte del mondo, è pubblicamente nota (tesi di dottorato accessibili al pubblico) o se è già usata da altri in modo pubblico e non sperimentale. Un altro requisito è rappresentato dalla “non ovvietà” o attività inventiva: anche se un’invenzione è nuova non è brevettabile se ovvia; infatti l’avanzamento rispetto all’arte nota non deve essere piccolo o scontato, cioè tale da essere evidente a persone esperte in quel ramo. Successivamente si valuta “l’utilità”: il trovato deve poter essere oggetto di fabbricazione e utilizzo in campo industriale; l’invenzione deve riferirsi alle arti utili e non a quelle liberali (conoscenza). Quindi, sebbene possono risultare utili, non sono brevettabili invenzioni come processi mentali o algoritmi matematici o scoperte. Affinché un prodotto o un materiale siano brevettabili, devono avere almeno un uso indicato nel brevetto, infatti anche nei brevetti di processo devono essere ottenuti dei prodotti utili. Ultimo aspetto ma sicuramente non per importanza, è la “liceità”: se pur un brevetto riesca a contenere tutti i requisirti tecnici sopra citati come la novità, non ovvietà e utilità, non deve in nessun caso essere contrario all’ordine pubblico o al buon costume. (Un ringraziamento al Dott. Ing. Claudio Campagna)

Emissioni di CO2

L’immagine di cui sopra è un lontano ricordo, che peraltro si riferisce alla “sola” situazione italiana; nel 2010 c’è stato un record storico che riecheggia nell’atmosfera terrestre: 30,6 gigatonnellate di anidride carbonica.

Dopo un abbassamento delle emissioni nel 2009 causato dalla crisi finanziaria mondiale, queste sono salite sino al livello record di 30,6 gigatonnellate, un aumento del cinque percento rispetto al precedente record nel 2008, quando i livelli hanno raggiunto le 29,3 gigatonnellate.

Queste le affermazioni dell’agenzia Internazionale per l’energia.

Conclusioni

Il mondo ha bisogno di una mano. Prima gli stati, i politici ed i cittadini lo capiscono, meglio è. Questo articolo ha voluto portare alla luce alcuni aspetti riguardanti un “prototipo” non ancora capace di soddisfare i requisiti di un palazzo o di un’automobile (in termini di energia elettrica) ma su cui l’economia degli stati dovrebbe scommettere e finanziare per trovare un’ottima soluzione onde evitare la crescita del buco nell’ozono e dei tumori. I tagli alle università e alla ricerca non favoriscono lo sviluppo di fonti alternative, ma se venisse messa a punto tale tecnologia potremmo produrre energia “pulita” e non inquinante; certamente occorre che la macchina sia schermata per evitare la diffusione di onde elettromagnetiche. Tu cosa ne pensi?

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20 anni, malato di tutto ciò che riguarda il cinema (al mattino mangio nel latte DVD e Blu-Ray) e studio Ingegneria Meccanica a Firenze, la mia città. Adoro i sandwich e le focacce. Nel mio (poco) tempo libero scrivo storie, sceneggiature e quant'altro assieme ad Elena (la mia ragazza). Sono editore per skimbu, dove partecipo spesso e volentieri anche al mitico skimbu podcast.

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  • http://www.skimbu.it Alberto Ziveri

    Molto interessante, bravissimo Stefano!

    • Stefano Campagna

      Grazie Alby ; )