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NBA – Giocare o non giocare?

Pubblicato da il giorno 5 novembre 2011

David Stern ha detto : “ non mi preoccupano le divergenze, mi preoccupa che tra noi e i giocatori ci sia una diversa concezione del futuro dell’NBA”.
Chi è questo signore? Trattasi di avvocato newyorchese, di famiglia ebrea, attuale commissioner della National Basketball Association, la lega professionistica di basket americano.
Quanto a cosa fa, vi basti sapere che dirige, con un certo successo aggiungerei, una delle più grandi aziende sputasoldi del mondo, occupandosi praticamente di tutto ciò che gravita attorno alla lega e, quel che più ci interessa in questo caso, rappresentando e curando gli interessi di tutti i singoli proprietari delle 30 franchigie NBA.
Pensate per un attimo a questo concetto portato dalle parti nostre, e vi accorgerete che lo stagno (ndr  - oceano) è ancora piuttosto grandino, ma questa è un’altra storia.
La nostra, di storia, ci riporta invece alla frase d’apertura. Vediamo perché.

IL “Basketball-related income”

Il BRI (provate a chiedermi per cosa sta l’acronimo ^^) rappresenta il totale degli incassi collegati al mondo NBA, globali e locali, dagli importi derivanti dai contratti collettivi ai biglietti delle partite ; si tratta delle entrate della lega nel suo complesso, non dei profitti, quindi si tratta del totale dei dollari che la lega incassa, non che guadagna.
Intendiamoci subito, non stiamo parlando di bruscolini. Nel 2010/2011 questa cifra è esattamente 3.817 milioni di dollari  (che si legge 3 miliardi 817 milioni di presidenti americani passati a miglior vita). Noterete che gli interessi in gioco sono alti.

Qual è il problema? Cerco di spiegare : l’accordo vigente fin’ora (sarebbe meglio dire fino a ieri) prevede che una fetta del 57% del BRI sia destinata al salario della ‘forza lavoro’ dell’azienda, cioè i giocatori ; il restante 43% va ai proprietari delle franchigie. E’ bene chiarire subito una cosa : i giocatori, dal punto di vista della NBA sono quelli che un’azienda definirebbe ‘costi fissi‘, ciòè il totale dei loro salari è sempre uguale al 57% del BRI, non un dollaro più, non uno di meno. La loro retribuzione, a partire dai contratti, è ricavata pertanto mediante un meccanismo (neanche troppo complicato a dire il vero) che non è il caso di sviscerare ora, ma che i più curiosi potranno conoscere facilmente spulciando un po’ in rete o chiedendolo in un commento di questo articolo. E, per l’ultima volta, il totale di tali retribuzioni non può mai superare l’ormai famigerato 57%.

E’ appena il caso di notare che il restante 43% non rappresenta il guadagno degli ‘owners’, poiché questo viene eroso da tutti i costi variabil: stipendi dei dipendenti , canoni di affitto delle strutture, interessi passivi per i prestiti ricevuti in passato, spese di viaggio, vitto e alloggio delle squadre, e quant’altro; il tutto senza dimenticare i costi dell’NBA come associazione (dallo stipendio di Stern e di tutto il resto del carrozzone, alla pubblicità e alla promozione della Lega negli States e nel mondo).

I proprietari, che in questi ultimi anni hanno visto crescere a dismisura i costi variabili, si trovano nella necessità più assoluta di ridurre gli altri, quelli fissi. I giocatori, che non ritengono la situazione delle franchigie così pessima come gli owners vorrebbero far credere, e che rendono possibile un business da circa 4 miliardi di dollari annui, hanno tutto il diritto (secondo loro) di chiedere una fetta più grande possibile della torta.

Nessuno, come di consueto, pare voler fare un passo indietro: per il momento non si gioca…

Speranze e responsabilità

Vi sarà forse sorto spontaneo un quesito piuttosto ovvio : ma alla fine della storia, di chi è la colpa di tutto sto casino? La risposta, purtroppo, non è così ovvia come la domanda. La realtà è che questo sistema è decisamente troppo sbilanciato :a favore dei giocatori (in nessuna lega professionistica americana il monte stipendi dei giocatori arriva nemmeno lontanamente a toccare quella percentuale), ma paradossalmente anche a favore dei proprietari dei ‘big market’ (ovvero delle franchigie ritenute più ‘ricche’, cioè quelle militanti nelle maggiori aree metropolitane), che godono di arene ultramoderne e incassano dalla vendita dei biglietti e dai diritti tv 10 volte tanto quello che portano a casa le franchigie cosiddette dei ‘small market’.

Questi fattori devono cambiare, e qualcuno dovrà cedere qualcosa.

I proprietari si sentono forti, convinti del fatto che in primo luogo il lockout rappresenta un guadagno : le squadre in profondo rosso hanno solo vantaggi dal veder cancellata una stagione, perché con essa se ne vanno tutte le principali fonti di perdita di denaro e quindi, seppur indirettamente, ne vien fuori un guadagno.
In secondo luogo si sentono sicuri del fatto che, a fronte di una piccola quantità di ‘stelle NBA’ che gode di una corposa fonte di reddito extra-contratto (sponsor, pubblicità etc..), la grande massa dei giocatori vive ‘solo’ del proprio stipendio, purtuttavia mantenendo un tenore di vita del tutto incompatibile con un’eventuale cancellazione di stagione e, di conseguenza, di tutti i loro introiti.
Gli owners sperano dunque che questa base di ‘manovalanza’ NBA convinca i grandi nomi a fare un passo indietro proprio per questo motivo.

Il sindacato giocatori, d’altra parte, si sente ancora unito e compatto dietro i propri rappresentanti, Billy Hunter e Derek Fisher, e allo stato attuale delle cose, di crepe non se ne vedono. Appare dunque improbabile un loro passo indietro, ma se avete un po’ di familiarità con i cervelli che volano nel panorama NBA, meglio un salomonico ‘non si sa mai…’

Quanto alla mia opinione…beh, a costo di sembrare moralista, permettetemi di chiudere citando l’ MVP (miglior giocatore) della stagione NBA appena trascorsa, Derrik Rose :

La situazione è complicatama onestamente non credo che il lockout sia necessario. Non c’è motivo per cui miliardari e milionari si mettano a discutere di soldi. Ci sono tanti di quei problemi nel mondo per cui parlare… e i soldi non sono uno di questi”

Chapeau! Grazie Derrik!

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Laureando in Ingegneria Informatica, mi piace la tecnologia in generale e il progresso che essa porta con se. Soddisfattissimo utente finale Apple, ma soprattutto amante della sua filosofia di prodotto. L'altra cosa di cui non potrei fare a meno è la pallacanestro. Gioco da quando avevo sei anni, e finche le mie gambe (per ora sopravvissute a due interventi al crociato) me lo permetteranno, non ho intenzione di smettere. Che altro? Ah si, mi piace anche cucinare...

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  • Ryuzaki

    Io sarei curioso di sapere come viene distribuito questo ‘famoso’ 57% tra i vari giocatori

    • http://twitter.com/#!/trillups Alessandro Trillini

      E’ presto detto : il discorso non è molto complesso ma va spiegato bene o rischia di essere frainteso ; provo ad essere chiaro, se qualcosa non quadra dimmelo pure.
      La prima cosa da capire è questa : i contratti stipulati tra i giocatori e le squadra hanno solo valore NOMINALE, cioè le cifre contenutevi non sono l’ammontare reale dei soldi che va in tasca ai giocatori.
      Questo vuol dire che i salari REALI dei giocatori si calcolano a posteriori, ovvero si prende l’importo del 57% del BRI e lo si distribuisce in proporzione al valore nominale dei contratti individuali dei singoli.

      Questo è il concetto base, se vuoi sapere anche come funziona questa regolarizzazione a posteriori, il discorso è leggermente più complicato, e prima di addentrarmi in spiegazioni ulteriori, preferisco avere un tuo/vostro feedback…magari non te ne importa nulla! ^^ :)

      Spero di essere stato chiaro, fammi sapere!

      • fededex

        A me piacerebbe molto ke tu entrassi ancor più nel dettaglio della questione stipendi.
        sono anche io un amante della pallacanestro
        Intanto grazie mille
        Federico