
Sono dappertutto. A migliaia.
Sparsi senza criterio sbucano da ogni dove. Li produciamo noi stessi.
Molti ce li scambiamo tramite le modalità più disparate. E per quanto ognuno di essi porti con se una quantità di informazioni sconfinata tenerli sotto controllo è un’impresa impossibile.
Di cosa parlo? Dei file multimediali, naturalmente.
L’archiviazione.
Uno degli aspetti più delicati quando si parla di passaggio dall’analogico al digitale. Per un certo periodo veniva considerato il vero tallone d’Achille della tecnologia digitale. Tanto che la Kodak, già quindici anni prima del recente fallimento, non esitò a scommettere sulla capacità della pellicola di riuscire, dall’alto dei suoi 70 anni di conservabilità, a mantenere il primato di unico supporto sicuro per l’ archiviazione delle opere filmiche. Anche di quelle realizzate in digitale.
Il rapido sviluppo delle data factory, l’abbassamento dei prezzi di storage e l’evoluzione dei software di gestione dei backups sembrerebbero, a quanto pare, bastati a chiudere la questione.
Ma a parte la sicurezza e la longevità dei supporti di archiviazione il problema che, a mio avviso, coinvolge noi meri utenti, potrebbe essere identificato come “Entropia da multi periferica”.
Si tratta di una sorta di caos digitale in cui galleggiano le nostre foto, quelle dei nostri amici e parenti, i video realizzati da noi e ricevuti da altri, i nostri brani musicali (di provenienza legale o meno) e tante altre tipologie di dati personali e in qualche modo legati al ricordo o alla sfera culturale e di intrattenimento.
Vero è che molti di noi sono ordinati e attenti. Ma per chi non lo è, e sono tanti, si mette male.
Il punto è che non facciamo altro che produrre e accumulare qua e là nuovo materiale. I cellulari poi frammentano ancora di più la questione. La facilità con cui gli utenti riescono a scattare foto e a girare filmati con i nuovi smartphone è inversamente proporzionale alla difficoltà che gli stessi incontrano nel momento in cui devono gestire backups e sincronizzazioni. Qualcosa si comincia a muovere con le cloud. E la frequenza con cui mediamente si cambia cellulare non facilita le cose.
Facciamo un passo indietro: come funzionava “prima”? Gli utenti di “prima” si ponevano nei confronti dei propri dati con una strategia conservativa, che chiameremo K. E cioè:
- si producono pochi dati;
- si effettua una selezione a priori su cosa conservare;
- si tiene con maggiore cura al proprio database;
- il proprio database è, in qualche modo, lo specchio di se stessi;
- ogni dato è facilmente rintracciabile.
Gli utenti di oggi invece sembrano ragionare tramite una strategia quantitativa che chiameremo R. E cioè:
- si produce e si conserva una moltitudine di dati;
- non viene effettuata quasi alcuna selezione ma si tende comunque a tenere più del necessario;
- spesso si ha una scarsa cura del proprio database;
- il proprio database spesso non riflette nulla in merito al suo proprietario;
- molto spesso reperire un dato è un’impresa impossibile.
Differenze applicate
Quando ero un ragazzo dosavo uno ad uno i miei 36 scatti a disposizione. Sceglievo con cura il soggetto, l’inquadratura, le impostazioni della macchina. Al ritiro delle stampe poi, riponevo il tutto in un album archiviato tra gli altri, e mettevo i negativi in una scatola da scarpe dedicata.
Quando usciva un nuovo LP o CD dei miei gruppi preferiti correvo ad acquistarlo. Sono ancora tutti li, con i propri libretti dei testi.
Il fatto di spenderci soldi e tempo mi ha sempre spinto ad avere massima cura del mio archivio. E, con una rapida scorsa alle mie foto o ai mie dischi, si poteva capire molto di me.
Inoltre ogni qual volta serviva una foto o un disco ritrovarlo non costituiva un problema.
Adesso è cambiato tutto. I miei innumerevoli hard disks sparsi per tutta casa (sotto forma di pendrive, multimedia drive, HD Esterni, CD, DVD ecc… ecc…) sono pieni di centinaia di foto e di brani musicali. Delle foto che scatto ne stamperò si e no un 10% e solo perché mia moglie mi tampina.
Dall’esame dei brani musicali che ho da parte non esce fuori nulla. Potrei essere un appassionato di lirica così come un fan dei Green day.
Non parliamo poi delle foto sparse nelle caselle email. Dire che sono “andate” è un eufemismo. Spesso hanno nomi come CIM232432 e non certo come “Pasqua 2000″.
Insomma l’aver superato lo scoglio economico unitamente alla semplicità di esecuzione sembra aver avuto altre conseguenze rispetto alla mia metodica di conservazione dei dati.
Qualcuno dirà: “se non le hai messe tra quelle sacrosante, se non le hai stampate, forse non ci tenevi così tanto. Magari servivano in un dato momento e adesso non hanno più senso di esistere. Magari erano brani alla moda quell’estate e basta”.
Ma se davvero tutta quella moltitudine di dati, foto, brani musicali, video ecc… che una volta trovavano posto in archivi ben classificati, adesso è vittima di questo stato entropico, come mai, oggi, conservo molti meno dischi, molte meno fotografie, molti meno video, ben accuditi e riconsultabili alla bisogna, di quanto non facessi prima?
La verità è che l’era digitale ha inflazionato il valore di questi elementi. Per la maggior parte di noi, i giovani in particolare, una foto o un pezzo musicale, al livello di possesso, non ha più alcun valore. Va consumato al momento e basta.
Qualcuno ha detto: quando una cosa non la ricordi è come se non fosse mai esistita.
Come faremo adesso che tutto ciò ha perso una tangibilità fisica?
